Israelitico, ANMIRS: Autorizzazione parziale concessa dalla Regione non risolve problemi ma lascia criticità irrisolte

“L’autorizzazione concessa dalla Regione Lazio all’ospedale Israelitico ad erogare solo prestazioni private e non ancora in tutte le sue sedi non risolve in alcun modo i problemi della struttura ma anzi, lascia la situazione invariata, con tutte le criticità per il personale ed i pazienti che ancora non sanno con certezza quale sarà il loro futuro”.

Lo comunica, in una nota, l’ANMIRS, Associazione Nazionale Medici Istituti Religiosi Spedalieri.

“Ci sembra quantomeno strano come le carenze urbanistiche e strutturali dell’ ospedale siano state evidenziate solo oggi, dopo anni di attività ed innumerevoli controlli da parte della Asl e della Regione –spiega Donato Menichella, Segretario Nazionale ANMIRS –Inoltre con questa scelta l’operatività dell’Ospedale non viene garantita: i 100 posti letto disponibili per accettare pazienti provenienti dai Pronto Soccorso dei vari ospedali laziali, come ben noto congestionati, rimangono inutilizzati; il blocco delle prestazioni ambulatoriali aggrava le già bibliche liste di attesa della regione; soprattutto l’ospedale con le sole entrate della attività privata sarà destinato certo a non andare molto lontano”.

“Sinceramente facciamo fatica a comprendere la scelta compiuta dal commissario ad acta nonché presidente Nicola Zingaretti –prosegue ancora Menichella – che, in attesa dell’accreditamento definitivo, legato all’insediamento del Commissario prefettizio, meglio avrebbe fatto a concedere l’accreditamento provvisorio con il quale sarebbe stato possibile avviare la piena ripresa dell’attività, garantendo l’assistenza ai pazienti e agli stessi lavoratori verso i quali invece è stato dimostrato un totale disinteresse considerato che ad oggi i funzionari della Regione non hanno ancora ritenuto opportuno incontrare i sindacati”.

“A questo punto ci domandiamo se dietro al ritardo nell’insediamento del Commissario Russo ci siano solo lungaggini burocratiche o ci sia dell’altro” –conclude la nota.

Israelitico, ANMIRS: Regione dia un segnale o l’ospedale muore

“Continua senza sosta l’odissea dei dipendenti dell’ospedale Israelitico di Roma. Il Tar del Lazio ha infatti respinto la richiesta di sospensiva del decreto del commissario ad acta, Nicola Zingaretti, che aveva revocato l’autorizzazione all’esercizio e l’accreditamento per l’ospedale”.

Lo comunica, in una nota, l’ANMIRS, Associazione Nazionale Medici Istituti Religiosi Spedalieri.

“Ciò si aggiunge –prosegue la nota- al rischio concreto per i lavoratori di non ricevere o ricevere solo in parte stipendi e tredicesime come già denunciato negli scorsi giorni e all’attesa per l’insediamento del nuovo commissario, il prof. Massimo Russo, nominato di recente dal prefetto Gabrielli, ma che ancora non si è potuto insediare a causa di lungaggini e problemi burocratici. Un particolare non trascurabile se è vero che dal suo arrivo effettivo dipende la riattivazione della convenzione con la Regione”.

“Un quadro desolante che sta portando alla chiusura dell’Israelitico e di cui però in pochi sembrano interessarsene –spiega Donato Menichella, Segretario Nazionale ANMIRS- Basti pensare che la stessa Regione Lazio, ad oggi, non si è ancora degnata di rispondere alla richiesta urgente di incontro che è stata inoltrata negli scorsi giorni dai sindacati per conoscere il reale stato dei fatti e cosa impedisca concretamente la piena riapertura del nosocomio. Infatti la Regione potrebbe quanto meno concedere un’autorizzazione provvisoria ma evidentemente per la struttura commissariale le sorti dell’ospedale non rappresentano un problema urgente. Peccato che per i dipendenti e per le loro famiglie questo rimpallo di responsabilità si traduca in un presente carico di preoccupazioni e in un futuro incerto”.

“Il tempo delle chiacchiere è comunque finito. Se qualcuno alla Pisana ha veramente a cuore le sorti dell’Israelitico lo dimostri subito, altrimenti l’ospedale è condannato a morire in una lenta agonia e a pagare sarà come al solito chi non ha avuto alcuna responsabilità in questa triste vicenda, ovvero i pazienti ed i dipendenti” –conclude Menichella.

Israelitico, ANMIRS: A rischio stipendi e tredicesime per tutto il personale. Regione conceda almeno autorizzazione temporanea

“Dopo un periodo di annunci trionfalistici e di grande ottimismo, la situazione all’ospedale Israelitico di Roma rischia nuovamente di piombare nel caos più profondo. Il commissario straordinario nominato dalla comunità Ebraica, il prof Celotto, ha infatti comunicato ai sindacati di non poter garantire ad oggi la regolare erogazione di salari e tredicesime per tutti i dipendenti della struttura sanitaria, a causa della mancata riattivazione della convenzione tra la stessa e la Regione Lazio che a sua volta starebbe aspettando l’effettivo insediamento del commissario nominato dal prefetto Gabrielli, il prof. Massimo Russo”.

Lo comunica, in una nota, l’ANMIRS, Associazione Nazionale Medici Istituti Religiosi Spedalieri.

“Si tratta di un fatto gravissimo che getta nuovamente una pesante ombra sul futuro degli 800 dipendenti dell’Israelitico e delle loro famiglie –spiega Donato Menichella, Segretario Nazionale ANMIRS- travolti da uno scandalo di cui non hanno alcuna colpa”.

“Non possiamo accettare che i lavoratori ed i pazienti di un centro di eccellenza della sanità regionale vengano abbandonati al proprio destino – prosegue ancora Menichella- a causa di lungaggini burocratiche e di rimpalli di responsabilità stucchevoli tra chi è stato chiamato a garantire la sopravvivenza ed il rilancio dell’Israelitico”.

“Al tempo stesso ci auguriamo che il presidente nonché commissario ad acta Zingaretti ed i suoi tecnici si attivino, in attesa di reinstaurare la convenzione con l’ospedale, per concedere quantomeno un’autorizzazione temporanea che potrebbe restituire la dignità e certezze per il proprio futuro a tutti i dipendenti. Diversamente, ognuno sarà chiamato ad assumersi le proprie responsabilità” – conclude la nota.

Alessandria Oggi: L’ex vescovo di Alessandria Cardinal Versaldi messo da parte da Papa Francesco

Città del Vaticano (Lorenzo Mancini) – Papa Francesco ha deciso di creare una speciale commissione pontificia il cui presidente risponderà direttamente al Segretario di Stato Vaticano Cardinale Pietro Parolin. Sotto la lente d’ingrandimento è l’Idi, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata, grande struttura sanitaria romana dei Padri concezionisti diretto dalla Congregazione dei Figli dell’Immacolata concezione di cui il cardinale Giuseppe Versaldi, ex vescovo di Alessandria, è a capo dal 2013 in qualità di delegato pontificio. Il Papa, con una decisione presa il 7 dicembre ma resa nota solo venerdì, ha istituito la “Pontificia Commissione per le attività del settore sanitario delle persone giuridiche pubbliche della Chiesa” per una migliore gestione delle attività ma soprattutto per la conservazione dei beni. È una solenne bocciatura per Versaldi da parte del Pontefice che, ancora una volta, si trova in rotta di collisione col potentissimo cardinal Tarcisio Bertone, ex-segretario di Stato Vaticano, grande protettore di Versaldi che è stato suo vicario quando era vescovo di Vercelli. Il nuovo organismo sarà composto da un presidente e da sei esperti nelle discipline sanitarie, immobiliari, gestionali, economico-amministrative, finanziarie. Versaldi sarà di fatto scavalcato in quanto d’ora in poi gli ospedali gestiti da ordini religiosi non dovranno più far riferimento alla competente congregazione vaticana ma sarà il commissario alla sanità, d’accordo col Segretario di Stato Parolin, a dire l’ultima parola su gestione, dismissioni e riorganizzazioni. Tutto ciò è anche la naturale conseguenza dello scandalo dell’Idi travolto negli anni scorsi da indagini giudiziarie e da un crac clamoroso di centinaia di milioni. Da quando l’intervento della magistratura ha portato all’individuazione dei principali responsabili di una gestione scellerata causa di una situazione debitoria drammatica (650 milioni), la Regione Lazio (competente per la Sanità pubblica) e il Vaticano stanno cercando di salvare i 1334 posti di lavoro e alcuni servizi essenziali che il nosocomio aveva comunque erogato in passato. I dipendenti dell’Idi a loro volta hanno ingaggiato una battaglia dura per far sopravvivere l’Ospedale e salvare i posti di lavoro. Nel corso della crisi che va avanti ormai da più di tre anni (dal 2012), i lavoratori hanno continuato a far sentire la loro voce, anche in piazza San Pietro di fronte al Papa in occasione di qualche Angelus domenicale. E ancora solo pochi giorni fa sono stati organizzati presidi sindacali davanti all’ingresso dell’Ospedale per il timore che non siano mantenuti i livelli occupazionali dopo la firma degli accordi in base ai quali l’Idi è stato comunque salvato. Insomma c’è una storia di malagestione e una questione sociale dietro l’intera vicenda, un intreccio di inchieste giudiziarie e di tentativi, portati avanti fra le due sponde del Tevere, per cercare di non far chiudere i battenti al nosocomio. Nel 2013 il Vaticano commissariava una prima volta la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione e nominava “commissario” il cardinale Giuseppe Versaldi, che a sua volta chiamava come suo vicario Giuseppe Profiti, manager della sanità cattolica, all’epoca alla guida del Bambin Gesù, legato, come Versaldi, al cardinale Tarcisio Bertone. Da quel momento è iniziata una lunga partita che ha visto coinvolti Governo e Regione fino al raggiungimento di una soluzione, siglata lo scorso aprile, in base alla quale la Fondazione Monti, di cui fa parte il Vaticano, acquistava il polo ospedaliero. Il protocollo d’intesa riceveva l’ok del ministero per lo Sviluppo economico e permetteva di mettere in salvo, almeno temporaneamente, i posti di lavoro e la struttura. Infatti nel mese di febbraio aveva fatto scalpore e destato qualche preoccupazione un’intercettazione fra il cardinal Versaldi e Profiti, nella quale sarebbe emersa la volontà dei due di nascondere al Papa la possibilità di dirottare all’Idi 30 milioni assegnati a loro volta al Bambin Gesù dalla Legge di Stabilità per tentare di mantenerne in ambito ecclesiale la proprietà. I giudici romani aprivano un fascicolo anche se a ottobre c’è stata l’archiviazione da parte della Procura della Repubblica di Roma in riferimento all’inchiesta che vedeva inquisiti il cardinale Giuseppe Versaldi e il manager Giuseppe Profiti in quanto, per il gip del Tribunale di Roma, Massimo Battistini, “non è configurabile il delitto di malversazione”. Il caso era stato aperto nel 2014 dalla Procura di Trani dopo le intercettazioni in cui il porporato e l’allora presidente dell’ospedale Bambino Gesù ragionavano su possibili operazioni finanziarie per acquisire l’Istituto Dermopatico dell’Immacolata. Nella conversazione intercettata il porporato diceva che il Papa non avrebbe dovuto sapere che 30 milioni di fondi pubblici destinati all’ospedale sarebbero stati utilizzati per rilevare l’Idi.
Ora Versaldi, se da un lato è stato prosciolto dai giudici, dall’altro è stato licenziato dal Papa e cerca lavoro.
lo troverà sempre in Vaticano? Certamente sì dato il forte appoggio di Bertone.

Il Fatto Quotidiano: San Carlo di Nancy, l’intrigo dell’ospedale venduto al prezzo di un monolocale. Con il placet di Vaticano e Mise

C’è un buco da un miliardo – o forse più – da risanare. C’è un ospedale gioiello della sanità vaticana al centro di inchieste da ormai quattro anni. E c’è un cardinale che, intercettato, spiega al suo uomo di fiducia come occultare informazioni chiave a papa Francesco. Veleni, intrighi e un fiume di soldi nel ventre di Roma, tra gli uffici in stile umbertino dei ministeri e le stanze dei poteri d’oltretevere.

La trama che si nasconde dietro le intercettazioni delle telefonate tra il cardinal Giuseppe Versaldi – già ministro delle finanze vaticane – e l’ex manager del Bambin Gesù Giuseppe Profiti è solo la classica punta di iceberg. “Un vaso di Pandora che si sta per scoperchiare”, commentano nell’ambiente. Una storia che ilfattoquotidiano.it ha potuto ricostruire nei dettagli, grazie a documenti esclusivi.

I frati e il ruolo dello ministero dello Sviluppo economico
Seguendo la classica pista dei soldi, occorre partire dai trenta milioni di euro, cifra che papa Francesco non doveva conoscere. È il 26 febbraio dello scorso anno, quando Profiti – all’epoca manager del Bambin Gesù, ospedale che appartiene alla santa sede – parla con il suo referente cardinal Versaldi dei fondi da sottrarre all’ospedale pediatrico romano a favore dell’Idi, l’ospedale dermatologico della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione al centro di uno scandalo finanziario e giudiziario iniziato nel 2011, vicenda per cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per decine di frati ed ex manager.

Giuseppe Versaldi dal 2013 era a capo della Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, in qualità di commissario nominato da Benedetto XVI (l’ultimo atto firmato dal pontefice emerito prima delle dimissioni). Giuseppe Profiti, a sua volta, aveva ricevuto la delega di subcommissario dalla stesso Cardinale e si occupava degli affari non ecclesiastici. In altre parole del vero core business dei religiosi, l’impero composto da due ospedali – oltre all’Idi, il San Carlo di Nancy, ospedale generalista a pochi passi dal Vaticano – e da una serie di strutture riabilitative, oltre alla casa farmaceutica di Pomezia. Dunque al momento dell’intercettazione della telefonata da parte degli inquirenti di Trani, i due interlocutori occupavano un ruolo strategico.

C’è un secondo versante della storia che è bene tenere a mente. Parallelamente al commissariamento da parte del Vaticano della Congregazione, il gruppo sanitario – e di fatto la Provincia italiana della stessa congregazione – viene sottoposto al salvataggio attraverso le legge Marzano, proprio su richiesta di Giuseppe Profiti. Il debito accumulato, oggi stimato in almeno un miliardo di euro, aveva costretto gli ospedali ecclesiastici a portare i libri in Tribunale, con un rischio concreto di fallimento. Ed ecco che entra in scena il secondo attore, il ministero dello Sviluppo economico. Con un ruolo, come vedremo, da protagonista. Ogni mossa successiva al commissariamento dei conti dovrà, infatti, passare attraverso il Mise, che nomina i tre commissari liquidatori.
Entra in gioco il re della sanità romagnolo, Sansavini
Il piano di Versaldi e Profiti appare chiaro alla fine del 2014, quando la Congregazione presenta un’offerta di acquisto di quell’impero che la Provincia Italiana della congregazione stessa aveva mandato in default. Dovranno farlo con un nuovo soggetto, la fondazione “Padre Luigi Maria Monti”, dal nome del fondatore. C’è una prima proposta, da 160 milioni di euro, che viene respinta. Si va a gara, ma l’asta va deserta. Di nuovo una controproposta, di nuovo una seconda gara, anche questa senza risultati. Insomma, apparentemente nessuno sembra interessato agli ospedali del gruppo Idi, salvo la stessa Congregazione.

Il problema, per l’ente ecclesiastico guidato da Versaldi e Profiti, era reperire i soldi. Avevano strappato l’impegno al Vaticano di mettere 50 milioni di euro, ma non bastavano. Ed ecco la spiegazione di quei 30 milioni di euro che dovevano passare dal Bambin Gesù all’Idi, ovvero la cifra che Papa Francesco non doveva conoscere. Ma, qualche mese prima, Profiti era caduto in disgrazia, uscendo dall’ospedale pediatrico romano: non poteva più gestire quei fondi. Ed è in questo momento che entra in gioco il partner privato, che poi si scoprirà essere Ettore Sansavini, patron di una serie di cliniche con sede principale a Lugo di Romagna, feudo rosso da sempre. È l’uomo giusto, ben visto dalla stessa Federica Guidi – a capo del ministero dello Sviluppo economico – con la quale condivide, oltre alla comune origine romagnola, i legami con Confindustria dell’Emilia Romagna.

Una Srl per il San Carlo di Nancy
Siamo ad aprile, il momento del delicato passaggio delle quote dai commissari straordinari nominati dal Mise alla neocostituita Fondazione Padre Luigi Maria Monti. Il 10 aprile il direttore generale del ministero dello sviluppo economico Simonetta Moleti firma l’autorizzazione alla vendita, che dovrà avvenire tre giorni dopo. La cessione dell’ospedale San Carlo di Nancy non avverrà, però, alla Fondazione, ma ad una srl – che porta lo stesso nome – controllata al 100% dalla fondazione stessa. È un passaggio delicatissimo, perché è qui che dovrà entrare il socio privato, ovvero il gruppo di Sansavini. Su questo punto i paletti che pone il Mise sono, almeno al momento, chiari: “La Fondazione si impegna per almeno un biennio dalla stipula del contratto di cessione – si legge nel documento dello Sviluppo economico che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare – a non alienare” la srl che riceverà il San Carlo. Non solo. Il ministero prende atto che la Fondazione “è socio unico della predetta srl”. Un prescrizione chiave, perché – per una legge del 1968 – serve un proprietario senza fini di lucro per mantenere la cosiddetta “classificazione”, ovvero l’equiparazione dell’ospedale religioso ad una struttura pubblica. Una garanzia per i creditori, ma soprattutto per i medici dipendenti, che vengono equiparati ai colleghi del settore pubblico.

Il fine settimana compreso tra la firma dell’autorizzazione alla vendita e l’atto notarile vero e proprio, previsto per il lunedì mattina, è convulso. C’è una trattativa in corso con i sindacati, per avere le garanzie occupazionali e la certezza della solidità economica del nuovo gestore. Alla fine, domenica sera, l’accordo c’è. Tutto è pronto per la firma dell’atto di compravendita. Ma la notte non sempre porta consiglio.

Quanto vale l’ospedale? Meno di un appartamento
Lunedì mattina, quando mancano ormai poche ore per la cessione degli ospedali Idi, avviene un fatto che ha dell’incredibile. In poche ore il ministero risponde a una nuova nota della Fondazione diretta dal cardinal Versaldi e da Giuseppe Profiti, stravolgendo la prescrizione di tre giorni prima: “Autorizza la fondazione (…) per l’aumento del capitale sociale della neo costituita Luigi Maria Monti srl riservato al gruppo Villa Maria spa o comunque a società riconducibile al gruppo Sansavini”. Il tutto con il parere del comitato di sorveglianza ottenuto nel giro di pochissime ore. Vera efficenza renziana. Quella clausola che impediva la cessione dell’Ospedale San Carlo di Nancy prima di due anni salta, senza dare nessuna comunicazione ai sindacati dei lavoratori, che – dopo pochi giorni – si troveranno il re delle delle cliniche romagnole come nuovo padrone. “E’ accaduto questo perché, poco prima della firma, ci siamo accorti che non c’era la certezza del trasferimento dell’autorizzazione da parte della Regione Lazio”, spiega Gianluca Piredda, commercialista romano, vicepresidente della Fondazione.

Le sorprese non finiscono qui
Leggendo l’atto di compravendita esce fuori il prezzo dichiarato per la cessione del gruppo sanitario. Quanto vale il San Carlo di Nancy? Meno di un monolocale in zona semiperiferica, ovvero 241.140 euro. Questa la cifra dichiarata nell’articolo 3 dell’atto di cessione sotto la voce “Corrispettivi delle vendite dei rami aziendali”. In questa cifra è compreso tutto, meno le mura, che faranno parte di accordi successivi per l’intero passaggio delle quote alla Fondazione: attrezzature medicali, avviamento, accreditamenti, Tac, risonanze. Insomma, l’intero ospedale. “Deve sapere che un’azienda vale quello che produce – spiega Gianluca Piredda – sono metodi finanziari molto complessi che danno il valore. Su questo noi (la sua società di consulenza, ndr) siamo specialisti”.

Per le altre strutture -l’Idi e i centri di riabilitazione, vero tesoro del gruppo – il prezzo dichiarato è più alto: 4.119.432 euro. Ma ben lontano dalle diverse valutazione fatte dopo il crack del 2011. In sostanza sono queste le cifre che vengono dichiarate, anche ai fini fiscali. E i debiti? Nella proposta iniziale di acquisto del dicembre 2014 i debiti pregressi erano stimati in circa 100 milioni di euro e includevano i mutui ipotecari sulle mura, il Tfr e le retribuzioni arretrate dei dipendenti. Secondo i primi accordi la Fondazione avrebbe dovuto accollarsi questa cifra, inclusa nell’offerta complessiva, scesa a 146 milioni poco prima della vendita. Nell’atto di passaggio degli ospedali, però, la parte dei mutui viene rinviata a un successivo accordo per la cessione degli immobili – che nel frattempo passano alla Fondazione e alla nuova società che gestisce il San Carlo di Nancy in comodato d’uso gratuito – mentre non sono menzionati il Tfr e gli arretrati degli stipendi. Debiti, questi, che rimarranno alla “bad company” – cioè la Provincia Italiana della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione – insieme a quanto ancora dovuto ai fornitori dalla vecchia gestione. “Questo è avvenuto – prosegue Piredda – perché il debito dell’amministrazione straordinaria è nel frattempo aumentato”.

Per quanto riguarda poi le responsabilità civili dei precedenti amministratori della Congregazione – oggi in buona parte sotto processo a Roma – c’è una una sorta di condono tombale. Una clausola che – in cambio di 15 milioni di euro (a fronte di un buco stimato di circa 1 miliardo) – esonera da ogni responsabilità i religiosi: “Le parti si danno atto – si legge nel documento – che con la presente transazione viene definita qualsiasi pretesa da parte dell’Amministrazione straordinaria (…) sia nei confronti della Provincia italiana che della Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione”. Unica eccezione, si legge nell’atto, il diritto di costituirsi parte civile nel processo penale in corso contro gli ex amministratori.

Dal Ministero dello sviluppo economico commentano che “c’è una parte della compravendita che non è ancora andata in porto – riferiscono gli uffici a ilfattoquotidiano.it – e dobbiamo dire che il vero valore è la parte immobiliare, perché l’azienda è in realtà fallita”. Il Cardinal Giuseppe Versaldi preferisce invece non commentare: “Guardi, non ho curato io la parte tecnica – spiega – e per la valutazione del valore dell’ospedale San Carlo di Nancy ci siamo basati su una stima di una società terza”. Quale? “Non ricordo ora, ma in ogni caso tutto è stato autorizzato dal governo, dal ministero”.

Che fine hanno fatto i 144 milioni presenti nella proposta accettata nel marzo scorso? Difficile dirlo e molto difficile trovare questa cifra nell’atto di compravendita, anche considerando la parte destinata – con atto successivo – all’acquisto dei beni immobili (le mura degli ospedali).

Al San Carlo arriva il nuovo padrone
A fine maggio, un mese dopo la compravendita, scatta il passaggio dell’ospedale San Carlo di Nancy al gruppo Sansavini. Il capitale sociale passa da 10mila a 200mila euro, con il 95% delle quote in mano al Gruppo Villa Maria Spa, della famiglia Sansavini. La sanità romagnola mette un piede importante nella capitale, con la doppia benedizione: del Vaticano e del ministero dello Sviluppo economico.

Il valore dell’acquisizione non viene rivelato dal gruppo. Secondo Filippo Piredda il costo del passaggio del San Carlo dalla Fondazione al Gruppo Villa Maria sarebbe di 24,5 milioni di euro. Per la società riconducibile a Sansavini l’acquisizione sarebbe avvenuta in ogni caso in osservanza degli accordi sindacali “sottoscritti dalla Fondazione e dai commissari”. Con una spada di Damocle che pende sull’ospedale romano: “In questo momento GVM – spiega la società di Sansavini in una nota stampa – è fortemente impegnata ad ottenere dalla Regione la presa d’atto dell’avvenuto trasferimento dell’autorizzazione e del relativo contratto di fornitura”. Ovvero carte fondamentali che ancora non ci sono. “Sansavini? – commenta Piredda – Un vero santo, glielo assicuro”.

Sanità religiosa, ANMIRS: Bene commissione Pontificia. Svolta attesa da tempo

“Apprendiamo con sollievo la decisione del Santo Padre di istituire la ‘Pontificia Commissione per le attività del settore sanitario delle persone giuridiche pubbliche della Chiesa’ che farà riferimento direttamente alla Segreteria di Stato. Si tratta di un intervento importante ed atteso da tempo, una vera e propria ‘svolta’ che servirà a ridare fiducia e certezze alle oltre 25mila famiglie che dagli ospedali religiosi dipendono.

Lo comunica, in una nota, l’ANMIRS, Associazione Nazionale Medici Istituti Religiosi Spedalieri.

“I gravi fatti di cronaca occorsi negli ultimi anni hanno purtroppo spostato l’attenzione dal reale valore cristiano che l’assistenza della Spedalità religiosa ha tanto amorevolmente e professionalmente erogato a tutti i bisognosi di cura senza differenza di ceto, religione o colore –spiega Donato Menichella, Segretario Nazionale ANMIRS – e hanno messo a rischio la tenuta della sanità Religiosa classificata provocando danni di cui ancora oggi i dipendenti degli ospedali religiosi stanno pagando le conseguenze”.

“Pertanto, con il cuore colmo di speranza, non possiamo che plaudire alla decisione di Papa Francesco di dare un punto di riferimento stabile e sicuro per i nostri ospedali, un interlocutore al quale siamo pronti ad offrire la nostra disponibilità e la nostra collaborazione sin da subito per il rilancio e lo sviluppo degli ospedali classificati. Siamo certi che il Segretario di Stato, il Cardinale Parolin, saprà scegliere professionisti di altissimo rilievo a cui auguriamo buon lavoro” –conclude Menichella.

Israelitico, ANMIRS: Bene nomina Russo. Menichella: Ora Regione riattivi accreditamento

“Apprendiamo con soddisfazione la nomina di Massimo Russo a commissario straordinario dell’ospedale Israelitico di Roma”.

Lo comunica, in una nota, l’ANMIRS, Associazione Nazionale Medici Istituti Religiosi Spedalieri.

“Grazie a questo passaggio –spiega Donato Menichella, Segretario Nazionale ANMIRS – sarà finalmente possibile far ripartire l’Israelitico, garantendone la sopravvivenza e la salvaguardia dei livelli occupazionali. Abbiamo piena fiducia nella professionalità e nell’esperienza del neo commissario che, siamo certi, saprà farsi garante delle grandi preoccupazioni che da settimane tormentano i medici e tutto il personale del nosocomio”.

“Ringraziamo il Prefetto Gabrielli per la disponibilità e la sensibilità dimostrata in tutti i colloqui e gli incontri con i sindacati e ci auguriamo che anche la Regione Lazio a questo punto faccia la sua parte in tempi rapidi, riattivando l’accreditamento con l’Israelitico e restituendo serenità e certezze per il futuro a tutti i lavoratori”.